Povertà alimentare e tentativi di risposta

povertà alimentare e risposte socialiBuoni spesa, pasti a domicilio, pacco alimentare… i Comuni provano a dare risposte al problema della povertà alimentare, che sembra in continuo aumento. Ma quali sono i contorni del fenomeno? Che cosa mette in campo il terzo settore? Che ruolo può giocare il pubblico? Percorsi di secondo welfare ha organizzato una tavola rotonda per ragionare sull’argomento, anche in vista dell’Expo che ha proprio come tema “Nutrire il Pianeta. Energia per la vita”

Per descrivere il contesto sono stati utilizzati i dati dell’Agea, l’agenzia italiana che – su finanziamento della Commissione europea – distribuisce ad alcuni enti caritativi i prodotti alimentari destinati alla popolazione indigente (leggi la relazione).

Tra il 2010 ed il 2013 gli indigenti sono cresciuti del 47,2 % (pari a + 1.304.871 persone). In Italia viene assistito il 6,7% della popolazione (la bellezza di 4.068.250 persone) ma ci sono differenze regionali significative. Le Regioni con il maggior numero di indigenti assistiti sono, in ordine, Campania, Calabria, Basilicata, Lazio e Puglia.

Il nord Italia è al di sotto della media nazionale ma la situazione è comunque peggiorata dal 2010 a 2013, in particolare per la Lombardia (da 250.000 a 320.000 persone).

Quali risposte offre il secondo welfare?

Se anche voi vi siete domandati che cosa mai fosse questo “secondo welfare”, condivido volentieri quello che ho capito io: il 2w è quell’insieme di risposte e interventi promosso da finanziamenti non pubblici tipo terzo settore, imprese, sindacati, fondazioni.

Rispetto alla povertà alimentare, al convegno hanno detto la loro alcune realtà importanti.

>> la Caritas ambrosiana ha raccontato l’esperienza dei centri di ascolto e della distribuzione dei viveri, sottolineando l’importanza di integrare quest’attività assistenziale con altre azioni che aiutino le persone a uscire dalla loro situazione di bisogno. All’interno complessivo aumento della popolazione da loro assistita, evidenziata anche dal rapporto nazionale “False partenze“, è stato segnalato un aumento dei cittadini italiani, anche appartenenti al ceto medio.

Il relatore, Luciano Gualzetti, ha precisato che a Milano non si può parlare di “gente che soffre la fame”, ma piuttosto di persone che hanno scarse risorse economiche e utilizzano l’aiuto alimentare per completare la propria spesa o per indirizzare il denaro risparmiato verso altre spese cosiddette “incomprimibili” (affitto, bollette…).

tavola rotonda sulla povertà alimentare organizzata da secondo welfare>> l’Associazione Terza settimana di Torino ha presentato il proprio Social Market, un emporio di prodotti a prezzi ribassati (per sapere di più).

La cosa che mi è sembrata più interessante è che i destinatari non sono visti solo come utenti bisognosi ma anche come cittadini con delle risorse, per cui viene chiesto loro di contribuire al progetto. Perché non aver denaro non equivale a non aver niente da dare.

Questo punto mi sembra cruciale. Chiedere la partecipazione del cittadino non risponde al banale desiderio di fargli comunque pagare qualcosa, ma significa cambiare prospettiva: la persona ha comunque delle competenze da valorizzare, anche se è un squattrinata e senza lavoro.

E poi significa riconoscere che chi non ha più lavoro non solo non ha più soldi per fare la spesa, ma spesso non si sente più utile per nessuno. Offrire a queste persone un contesto all’interno del quale impegnarsi e ritornare ad avere un ruolo può aiutarli a risollevarsi molto più che un chilo di pasta.

>> la Fondazione Banco alimentare, infine, ha sottolineato l’importanza che il pubblico sostenga l’iniziativa privata non imitandola o mettendosi in concorrenza, ma facilitandola dal punto di vista normativo e coordinandola per formare un insieme armonioso di interventi.

Interessante a questo proposito, aggiungo io, il Decreto del 17 dicembre 2012: “Indirizzi, modalità e strumenti per la distribuzione di derrate alimentari agli indigenti”.

E il pubblico?

L’assessore Majorino del Comune di Milano ha candidamente ammesso che, se dal punto di vista assistenziale le loro  risposte sono migliorate, per quanto riguarda l’elaborazione di percorsi per l’autonomia sono al palo. Il dramma è che penso che abbia ragione.

Nel sottolineare l’inquietante legame tra povertà e obesità ha messo il luce la necessità di interventi che abbiano anche una dimensione educativa: perché se io sono un cittadino povero materialmente e poco “attrezzato” culturalmente, quando vado a fare la spesa sono più influenzabile dalla pubblicità, mi lascio ingolosire da cibi grassi e zuccherosi (il cosiddetto junk food) e preferisco il “tanto” al “meglio”. Quindi mangio male e ingrasso.

Questo vale anche in prospettiva, se è vero che chi ha sofferto di povertà familiare da piccolo è più predisposto a diventare obeso da adulto (articolo).

Vi stupite? Credo di no. Abbiamo tutti esempi di utenti a cui abbiamo dato un contributo economico e poi abbiamo saputo che se lo sono divorati in merendine e bibite gasate! Per questo qualcuno preferisce consegnare direttamente la spesa o chiede di controllare gli scontrini.

Ma possiamo fare di meglio. Ad esempio fornendo ai cittadini contesti educativi all’interno dei quali ripensare criticamente alle proprie scelte di consumo: cosa comprare? in che quantità? quali priorità? come risparmiare sullo scontrino ma non sulla qualità?

Non semplici lezioni di “economia domestica”, ma momenti di riflessione e ragionamento aperto. Magari in gruppo, luogo ideale per scambiarsi idee e confrontarsi senza sentirsi giudicati. Uno spazio di auto-formazione che possa educare all’alimentazione e al risparmio.

Perché non legare l’erogazione del contributo economico alla partecipazione a gruppi di aiuto-mutuo aiuto per “consumatori imbranati”? Lo dico col sorriso ma la proposta è seria. Qualcuno di voi ci ha mai pensato? Magari inserendo questa iniziativa nel quadro più ampio di iniziative di alfabetizzazione finanziaria (guarda un po’ come si è organizzata la comunità filippina in Italia o il Comune di Milano)

O siete a conoscenza di altre iniziative non (solo) assistenziali per aiutare i cittadini in condizione di difficoltà alimentare? fate girare!

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One thought on “Povertà alimentare e tentativi di risposta

  1. Brava Giulia, molto interessante! propongo una condivisione del materiale che hai trovato sul tavolo autonomia dell’ambito di Dalmine

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