Utenti (e familiari) protagonisti nei servizi

persona-al-centroLa “centralità della persona” è uno di quei concetti così triti e ritriti da aver perso ogni sapore interessante. Eppure c’è chi cerca davvero di coglierne l’essenza e di tradurla in prassi di lavoro. Per esempio all’interno dei servizi per la salute mentale. Provando a guardare con occhio nuovo all’utente e alla sua famiglia, riconoscendo loro piena dignità di parola e pensiero, ammettendo l’importanza del loro sapere esperienziale.

Lo sappiamo: nessun processo di aiuto può svolgersi senza il consenso dell’interessato. E non mi sto riferendo al “modulo per il consenso” da far firmare all’utente! Se ci interroghiamo davvero sul senso di questa affermazione possiamo mettere a fuoco alcune implicazioni pratiche.

Innanzitutto il fatto che non si può aiutare qualcuno che non vuole essere aiutato. Con buona pace per il nostro animo da crocerossine o salvatrici della patria! Se la persona non vede il problema e non formula una domanda, non è in quell’atteggiamento di apertura e ricerca che permette il cambiamento.

Poi dobbiamo dirci che, se anche la persona che abbiamo davanti esprime una qualche richiesta di aiuto, occorre intendersi bene su qual è il problema in questione, perché non è affatto detto che il problema posto dall’utente sia lo stesso che vede l’operatore.

Infine, anche ammettendo un’unità di intenti e di vedute (dici poco…), dobbiamo aver chiaro che l’operatore non può immaginare un piano di intervento senza il coinvolgimento attivo e convinto dell’utente e del suo sistema familiare. Ci piace tanto dire “questo è quello di cui hai bisogno, fidati, te lo dico io!” ma… lo sappiamo. Non così che si sostiene un reale cambiamento della persona.

Cosa significa tutto questo in pratica? Al Servizio salute mentale di Trento l’hanno tradotta nel FareAssieme e, in particolare, negli U.F.E.
Ecco come lo spiegano (i grassetti sono miei)…

partecipazione dell'utente e del familiare

*

Il fareassieme sono tutte le attività, i gruppi, le aree di lavoro promosse dal Servizio di salute mentale di Trento in cui sono coinvolti alla pari utenti, familiari, operatori e cittadini che così imparano a lavorare assieme.

Il fareassieme è un approccio che valorizza la partecipazione e il protagonismo di tutti, che si sviluppa in rapporti di condivisione tra utenti, familiari e operatori, vissuti in un clima amicale e ricco di affettività.

Fareassieme significa:

  • Credere che tutti possediamo un sapere. Per gli operatori deriva da un percorso professionale, per gli utenti e i familiari dall’esperienza acquisita convivendo con il disturbo psichico. Dal rispetto, dal riconoscimento e dall’integrazione di questi 2 saperi aumenta il sapere collettivo.
  • Credere nel valore della responsabilità personale. Per tutti, anche per la persona che vive le più grandi difficoltà, investire in responsabilità significa investire in salute e benessere.
  • Credere che il cambiamento sia sempre possibile. La sofferenza psichica è un evento della vita che possiamo affrontare e superare.
  • Credere che ognuno abbia delle risorse e non solo dei problemi. Tutti se ci guardiamo dentro, possiamo scoprirle e imparare a valorizzarle al meglio.

A me sembra una bellissima traduzione in pratica di quello che ci piace così tanto dichiarare. Una prassi coraggiosa, controcorrente, ma funzionante e funzionalein primis al benessere degli utenti ma anche a quello degli operatori. Non sottovalutiamo il fatto che lavorare in un ambiente in cui si mettono in pratica i valori professati dà maggiore serenità e senso di unità interiore.

Ma non è finita qui. Il FareAssieme trova la sua massima espressione nella figura dell’U.F.E. – Utente o Familiare Esperto.

utenti familiari esperti e operatori servizio salute mentale

**

“Gli UFE sono il risultato più visibile e importante del fareassieme. Con gli anni, in molti partecipanti alle attività del fareassieme è cresciuta la fiducia verso il Servizio, la voglia di essere maggiormente impegnati al suo interno, la consapevolezza del valore del proprio sapere esperienziale. Da qui la nascita ‘spontanea e dal basso’ degli UFE !

Oggi gli UFE ‘lavorano dentro’ il sistema, fornendo, in modo strutturato e continuativo, delle prestazioni riconosciute. Gli UFE affiancano gli operatori, ma non li sostituiscono, sono un valore aggiunto, migliorano il clima, favoriscono l’adesione ai trattamenti.

Gli UFE sono dei professionisti, ‘esperti per esperienza’ e sono riconosciuti e monetizzati dall’Azienda sanitaria.

In quanto pari, gli UFE offrono agli utenti e ai familiari in carico la loro esperienza, un modello di percorso di cura riuscito, vicinanza emotiva, fiducia e speranza. 

Oggi gli UFE sono più di 40, presenti in tutte le aree del Servizio:

  • Centro di salute mentale, prima accoglienza e risposta telefonica, area della crisi e della presa in carico nel tempo.
  • Circuito dell’abitare: presenza amicale notturna e diurna alla Casa del Sole; accompagnamento in situazioni abitative difficili.
  • Reparto psichiatrico: presenza quotidiana.
  • Famiglie: facilitazione nei cicli d’incontro.
  • Percorsi di cura: garanti nei percorsi di cura condivisi.
  • Sensibilizzazione: presenza nelle campagne sullo stigma.”

Utenti e familiari “dentro” il sistema, a fianco degli operatori, con un ruolo riconosciuto e retribuito. Cittadini non solo destinatari di prestazioni, ma attivi nei servizi che le erogano, disponibili a mettersi in gioco, a trasformare in valore il proprio dolore, mettendo la propria esperienza a disposizione di altri cittadini in situazione di fatica.

Qua l’utente è davvero al centro… ma allora si può!

E non sono gli unici… prossimamente vi parlerò di un bellissimo esempio nell’area della Tutela Minori (ecco il post!).

E voi, avete altri esempi da segnalare?

Fonti immagini: 
* "Diversity" by Cara Foster from The Noun Project
** "People" by Mugdha Damle from The Noun Project
The Noun Project: thenounproject.com
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