Lo sguardo che permette il cambiamento

gatto e gabbianella “Vola solo chi osa farlo”, disse il gatto all’umano. Stava parlando della gabbianella a cui aveva insegnato a volare.

Io aggiungerei: “nessuno osa farlo se non ha chi crede in lui“. Se la gabbianella non avesse avuto intorno un gatto fiducioso e incoraggiante, in grado di accogliere i suoi timori ma anche di dirle “ora volerai, il cielo sarà tuo“, non si sarebbe mai immaginata in grado di riuscirci.

All’interno della relazione d’aiuto, abbiamo la possibilità di offrire agli utenti degli sguardi nuovi su di loro. E’ una bella responsabilità. Come ce la giochiamo?

Visto che sono in vena di citazioni, lasciatemi chiamare in causa il cosiddetto Teorema di Thomas: “Se gli uomini definiscono reali certe situazioni, esse saranno reali nelle loro conseguenze. Cosa significa? Che se ci si comporta come se una cosa fosse vera, si costruisce una situazione che facilita il fatto che quella cosa diventi vera davvero.

Il buon Disney ci offre una bellissima traduzione cinematografica. Vi ricordate cosa succede in Mary Poppins  quando Michael, portato in banca dal padre, urla: “rivoglio i miei due penny!”? Improvvisamente tutti i clienti della banca temono che questa non restituisca più il denaro, quindi si affrettano a ritirarlo e, di fatto, la banca non è più in grado di restituire il denaro a tutti.


give me back my money!

Quando pensiamo che chi abbiamo di fronte è proprio tonto, che imbranato com’è non riuscirà mai a trovare un lavoro, che il curriculum che ci ha portato è buono solo per fare gli origami… beh, ci stiamo decisamente concentrando sulla mancanze. Che vanno messe a fuoco e considerate, ma non possiamo limitarci a questo. Altrimenti chi abbiamo di fronte diventa per noi un “vuoto a perdere”. E noi agiremo come se tanto non c’è niente da fare, parlando con la persona e della persona in termini sfiduciati e disincentivanti.

Le parole producono delle conseguenze intorno a chi le pronuncia. Per questo i pedagogisti ci insegnano a sgridare i nostri figli dicendo che fanno una cosa sciocca e non che sono sciocchi.

etichetta che serve a descrivere la teoria dell'etichettamento

*

Perché un conto è problematizzare un comportamento, un conto è bollare una persona come sbagliata. Dare dei giudizi è come affibbiare delle etichette, e le etichette dopo un po’ diventano parte dell’identità di chi ce le ha appiccicate addosso (cfr. teoria dell’etichettamento).

Come professionisti dell’aiuto, abbiamo un ruolo decisivo nel sostenere i tentativi di cambiamento delle persone. Non solo evitando letture stereotipate e senza sfumature. Ma alimentando il loro immaginario, aiutandole a pensarsi diverse, a ipotizzare delle alternative.

Non solo dando loro delle informazioni che non hanno, ma anche rileggendo la loro situazione da un’altra angolatura, offrendo loro spunti diversi per guardare a se stessi. E lasciando loro la possibilità di condividere o meno il nostro modo di vederli. “E’ importante restituire l’immagine che ci siamo costruiti della persona, perché possa decidere che farne” dice Ariela Casartelli (PSS n.8/2011).

I “pezzi di vita” raccontati dall’utente nel corso dei colloqui posso essere ricostruiti dall’assistente sociale e riproposti alla stessa persona che li ha espressi, ma in un altro modo.

Ricordo bene la storia di Antonio, venuto al servizio con una richiesta di lavoro come invalido, con una certificazione di oligofrenia degli anni ’80. Ma parlando con lui non avevo l’impressione di una persona con un ritardo mentale… Dopo aver ragionato sull’opportunità o meno di un accertamento clinico al CPS, Antonio si è sottoposto al test di WAIS e… ne è uscito un QI addirittura elevato!

Perchè allora questa idea di “ritardato”? I racconti di Antonio mi hanno permesso di ricostruire una storia di vita difficile, quella di un bambino nato in una famiglia povera, nel contesto delle campagne lombarde degli anni ’60, ultimo di dodici fratelli. I genitori erano impegnati nei campi e alla morte della nonna, dato che era “un po’ scalmanato”, è stato messo in un convitto per “ritardati mentali”. Per ritardati mentali, proprio così. Ho cercano su internet e ho trovato una foto d’epoca in cui c’era stritto proprio questo, a caratteri cubitali e all’ingresso dell’istituto… giusto per non lasciare dubbi.

Di questo periodo lui ricorda tanta paura e tanto dolore per le legnate prese sulle mani, visto che quando “le combinava” veniva punito a suon di bacchettate di bambù. E lui si vendicava combinandone di peggio, racconta con soddisfazione.

Anche uscito da lì, la sua storia si è dispiegata tra fatiche e insuccessi, riconfermandogli in ogni momento che era proprio un “ritardato”. Ma ci sono stati anche tanti momenti in cui ha saputo rimboccarsi le maniche, rialzarsi e ricominciare. In cui ha individuato strategie efficaci di fronteggiamento della situazione, si è rivolto alle persone giuste, si è dato da fare e ha ottenuto quel che voleva.

Ecco, forse fornire qualche spunto diverso per rileggere i fatti accaduti nel corso della propria esistenza può aiutare l’altro a farsi un’altra immagine di sé.

Sottolineare gli aspetti positivi, evidenziare i successi, attribuire alla persona il merito di aver saputo cogliere una certa opportunità, sono tutti modi per riconoscere valore e incoraggiare. Perché la persona possa sentirsi come qualcuno anche in grado di combinare qualcosa di buono. E chissamai che un giorno arrivi a dire: “ora volerò, il cielo sarà mio”.

Fonti immagini: 
* "Tag" by Cor Tiemens from The Noun Project
The Noun Project: thenounproject.com
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2 thoughts on “Lo sguardo che permette il cambiamento

  1. Sono contento di aver letto questo pezzo.
    E’ una vita o quasi che lotto per evitare che le persone si sentano già con il futuro scritto da altri che magari non conoscono neanche a sufficienza.
    Dare la possibilità alle persone di immaginare scelte alternative.
    Certo, a volte capitano situazioni opposte a quella di Antonio, e riportare ad un dato di realtà meno roseo di quello immaginato è molto difficile e delicato.

    Avanti così.
    ciao
    Pierluigi

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