Persone senza dimora e abbandono delle appartenenze

Homeless by Luis Prado from The Noun Project

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Mi hanno sempre coinvolta e interessata quelle storie di vita “ai margini”, apparentemente senza “né arte né parte” ma, cosa ancora più incomprensibile ai miei occhi – senza il desiderio di ricominciare: a prendere in mano la propria vita, a scegliere, ad essere “di qualcuno”, a sentirsi legati a qualche contesto territoriale.

Dico ricominciare perché nella mia testa c’è sempre stata l’idea che le persone che oggi si trovano in uno stato di difficoltà devono aver avuto un qualche scampolo di “passato glorioso”, un periodo -anche breve- in cui le cose funzionavano, il lavoro, gli affetti, la quotidianità giravano per il verso giusto. Quindi si tratta “solo” di riprendere il filo là dove si è interrotto.

Mi rendo sempre più conto che la realtà è ben più complessa e le storie di vita ben più dolorose: spesso le biografie sono la stratificazione di condizioni di deprivazione affettiva e di fatica, per cui la persona non sente la nostalgia dei “bei tempi andati” perché tanto belli questi tempi non lo sono mai stati. Ma perché qualcuno sceglie di lasciarsi andare e qualcun altro invece vuole provare a risollevarsi? cosa succede “dentro”, quali sono le dinamiche che scattano? E come possiamo fare noi, operatori del sociale, per aiutarle a scattare nella direzione più favorevole per chi abbiamo di fronte? Per capirne di più mi sono messa a leggere, ad approfondire, scoprendo cose interessanti… ho provato ad appuntarmele qua sotto.

Qualche pennellata descrittiva…

Con l’espressione “persone senza dimora” ci si riferisce a persone in condizione di grave marginalità ed esclusione sociale, persone con legami sociali assenti o molto rarefatti, quindi non inseriti -o inseriti in modo marginale- nei vari sistemi sociali (amicale, familiare, lavorativo…). Ci si riferisce quindi a persone che versano in situazione di estrema povertà, senza un lavoro continuativo e senza un alloggio adeguato e stabile. L’espressione “senza dimora” viene preferita a quella più burocratica di “senza fissa dimora” in quanto sembra indicare in modo più pregnante l’assenza non solo di un tetto sopra la testa, ma anche di un luogo di vita dove soddisfare i propri bisogni e dove vivere relazioni; una dimora in cui entrare in contatto con gli altri, in cui sentirsi accolti e protetti, uno spazio personale in cui ritirarsi. Spesso si pensa che il ritrovarsi per strada sia l’ultimo gradino di una scala di progressivo impoverimento causato da uno o più eventi traumatici: la perdita del lavoro, la separazione dal partner, lo sfratto, la malattia…

In realtà, alcune ricerche (Guidicini P., Pieretti G., Bergamaschi M. (a cura di) Povertà urbane estreme in Europa, Franco Angeli, Milano, 1996) hanno messo in luce una netta discontinuità tra la povertà materiale causata da eventi traumatici e la povertà estrema che caratterizza i senza dimora. Legame rottoNel primo caso la persona, anche se impoverita, mantiene i propri legami sociali e le proprie appartente, continuando ad essere integrata nella società; nel secondo caso, alla povertà economica si aggiungono una serie di rotture biografiche che interessano la sfera psichica della persona: non (solo) eventi traumatici ma “microfratture“, cioè quotidiani slittamenti di senso che fanno gradatamente scivolare verso una dimensione di incapacità e riluttanza a provvedere a se stessi, in un processo di decomposizione e abbandono di sè. Mentre la maggioranza delle persone, quando si trova in condizioni deprivate, tende a ricercare strategie di miglioramento, una certa parte di persone tentenna, si attarda o addirittura acuisce la propria situazione di disagio. Secondo Gui sono soggetti che spesso hanno una storia di povertà affettiva e relazionale, magari accompagnata da una povertà culturale ed economica, e che hanno accumulato ripetuti insuccessi nel raggiungimento delle proprie mete esistenziali; quindi, per evitarsi ulteriori dolorosi fallimenti abbandonano ogni prospettiva di benessere e sviluppano un “adattamento per rinuncia“, caratterizzato da rassegnazione e chiusura con il mondo  (Gui L., L’utente che non c’è, Franco Angeli, Milano, 1995).

Nelle biografie dei senza dimora sembra possibile individuare un percorso progressivo di perdita di quegli elementi che contribuiscono alla determinazione dell’identità: la mancanza di un documento identificativo, di un numero di telefono, di un conto corrente, ecc. (Pieretti G., “Povertà e povertà estreme: elementi di discussione per il servizio sociale” in Landuzzi C. e Pieretti G. (a cura di), Servizio sociale e povertà estreme, Franco Angeli, Milano, 2003). Man mano che perde quest’attrezzatura identitaria, l’individuo perde anche le relazioni, cominciando da quelle più lontane e via via arrivando a quelle più significative, fino alla perdita di relazione con sè e il proprio corpo.

Viene ritirata ogni forma di affettività,  arrivando a quella désaffiliation di cui parla Castel, frutto della combinazione tra due fattori: mancata integrazione lavorativa e isolamento sociale. La désaffiliation è quindi una condizione di crescente allentamento dei legami sociali e abbandono di ogni appartenenza, che culmina con l’espulsione dal consesso umano (Castel R., La metamorfosi della questione sociale. Una cronaca del salariato, Sellino, Avellino, 2007).

Il disagio della persona senza dimora è quindi multidimensionale: riguarda la vita di relazione, il lavoro, la salute e spesso la dipendenza (da sostanze, da alcool o da gioco) e il disagio psichico. Giacomo Invernizzi, direttore del Nuovo Albergo Popolare di Bergamo ha provato a dare una spiegazione al perchè, a un certo punto, la linea dell’autonomia si spezza: considerando come aree problematiche della personalità le dipendenze, l’immagine di sè, la relazione, la progettualità, si può dire che si crea una grave crisi dell’adultità quando le situazioni di disagio adulto a partire da un’area vanno pian piano a intaccare le altre aree. Quindi non basta un problema di alcolismo, un divorzio, a perdita del lavoro per finire sulla strada, ma occorre che il disagio si “propaghi” alterando la condizione psichica interiore del soggetto (Invernizzi G., “Il Nuovo Albergo Popolare di Bergamo” in Landuzzi C. e Pieretti G. (a cura di), Servizio sociale e povertà estreme, Franco Angeli, Milano, 2003).

Ma chi sono? E quanti?

In Italia le persone senza dimora godono comunque del diritto all’iscrizione anagrafica, che non avviene sulla base della residenza ma del domicilio. Il possesso della residenza è un elemento fondamentale poichè ad essa sono legate per legge tutta una serie di diritti che altrimenti non si possono esercitare: l’iscrizione al servizio sanitario nazionale (e quindi la scelta del medico di base), il ritiro della pensione, il diritto di voto, ecc. Inoltre, l’essere residenti in un dato comune consente di avere un’istituzione (il comune) titolata a intervenire nei propri confronti per eventuali progetti di aiuto. Nel 2009 è stato istituito il Registro nazionale delle persone che non hanno fissa dimora (vedi normativa). Nel nostro Paese per lungo tempo non si è disposto di dati accurati che rilevassero la presenza delle persone senza dimora. Nel 2007, il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali avviò un progetto di ricerca in collaborazione con l’Istat, la Caritas e il fio.PDS (Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora) che, attraverso un’analisi dell’utenza dei servizi erogati in 158 città italiane, stimasse la presenza nell’intero territorio italiano (vedi la presentazione sul sito del Ministero). Il dato emerso, riferito al 2011, è di circa 50.000 persone, concentrate soprattutto nelle grandi città (Milano e Roma ospitano circa il 70% del totale). Il profilo che emerge dall’indagine è quello di una maggioranza di uomini (87%), con meno di 45 anni (57%), con al massimo la terza media (65%), senza lavoro (72%), che prima abitava in una propria casa (64%); più della metà (53,4%) riceve “aiuto economico dalla rete familiare, parentale o amicale e da estranei e associazioni di volontariato, che, in molti casi, rappresentano l’unica fonte di sostentamento”. Sarebbe interessante capire quali sono i numeri oggi, alla luce della lunga crisi economica che stiamo ancora attraversando.

Alcuni riferimenti on line sull’argomento:

www.feantsa.org (Fédération Européenne des Associations Nationales Travaillant avec les Sans-Abri)
www.fiopsd.org  (Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora)
www.lavoro.gov.it/Lavoro/md/AreaSociale/Inclusione

Alcuni riferimenti bibliografici sull’argomento

– Ministero del lavoro e delle politiche sociali, fio.PDS, Caritas italiana, Istat, Le persone senza dimora, 2012.
– Caritas ambrosiana, Persone senza dimora. La dimensione di un fenomeno., Carocci, Roma, 2009.
– Castel R., La metamorfosi della questione sociale. Una cronaca del salariato, Sellino, Avellino, 2007.
– FIO.psd, Grave emarginazione e interventi di rete. Strategie e opportunità di cambiamento, Franco Angeli, Milano, 2006.
– Gui L., L’utente che non c’è, Franco Angeli, Milano, 1995.
– Guidicini P., Pieretti G., Bergamaschi M. (a cura di) Povertà urbane estreme in Europa, Franco Angeli, Milano, 1996.
– Invernizzi G., “Il Nuovo Albergo Popolare di Bergamo” in Landuzzi C. e Pieretti G. (a cura di), Servizio sociale e povertà estreme, Franco Angeli, Milano, 2003.
– Pieretti G., “Povertà e povertà estreme: elementi di discussione per il servizio sociale” in Landuzzi C. e Pieretti G. (a cura di), Servizio sociale e povertà estreme, Franco Angeli, Milano, 2003.
– Zuccari F., Senza dimora: un popolo di invisibili. Una sfida per il servizio sociale, Carocci, Roma, 2007

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One thought on “Persone senza dimora e abbandono delle appartenenze

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