Che SIA possibile innovare?

Pubblicato oggi sul blog di “Prospettive sociali e sanitarie” il mio articolo “Che SIA possibile innovare?”, che propone alcune riflessioni sulla recente misura governativa di contrasto alla povertà. Voi che cosa ne pensate?

noun_681897_ccIl 2 settembre 2016 è stato introdotto su scala nazionale il Sostegno all’Inclusione Attiva (SIA), una misura di contrasto alla povertà che prevede l’erogazione di un beneficio economico ad alcuni tipi di famiglie in condizioni economiche disagiate, a patto che aderiscano ad un progetto personalizzato di attivazione sociale e lavorativa sostenuto da una rete integrata di interventi, individuati dai servizi sociali dei Comuni (coordinati a livello di Ambiti territoriali), in rete con gli altri servizi del territorio (i centri per l’impiego, i servizi sanitari, le scuole) e con i soggetti del terzo settore, le parti sociali e tutta la comunità (vedi www.lavoro.gov.it).

Come assistente sociale comunale mi preme sottolineare il potenziale innovativo del SIA e la necessità che gli operatori si attivino per sfruttarla come volano per ripensare al sistema dei servizi sociali territoriali, non facendosi demotivare dalle inevitabili difficoltà organizzative tipiche di ogni misura neo-nata.noun_447431_cc
Ho infatti la percezione che ci sia una grande enfasi sulle criticità e sulla complessità attuativa – innegabili – ma che se ci si limita a questo si crea un clima che inibisce lo slancio di quanti si sforzano di pensare che un altro welfare è possibile.

Qual è questo potenziale innovativo? Il fatto che per la prima volta si collegano le politiche sociali alle politiche attive per il lavoro. Questo elemento può rappresentare un punto di svolta rispetto agli interventi di sostegno al reddito messi in campo dai servizi sociali comunali. Quante volte ci siamo trovati ad affrontare situazioni di disagio economico legate alla disoccupazione di soggetti fragili, poco istruiti, con una scarsa rete sociale, con poche competenze per muoversi autonomamente nel mondo del lavoro, ma senza quelle compromissioni fisiche o cognitive “utili” al riconoscimento dello status di disabile ex l.68/99?

Per queste persone sarebbe utile costruire progetti di reinserimento lavorativo, ma non avendo diritto al collocamento mirato restano interamente in carico al servizio sociale comunale. noun_641266_ccIl quale non sempre ha una struttura organizzativa in grado di progettare una presa in carico complessa che preveda percorsi di accompagnamento nel mercato del lavoro e di reinserimento sociale, soprattutto se si considera che in Italia il 70% dei nostri Comuni ha meno di 5.000 abitanti: possiamo immaginarci quante ore e quante risorse sono a disposizione del servizio sociale professionale… Il rischio è quello che gli operatori si concentrino sul bisogno economico, il quale richiede interventi apparentemente più semplici anche se tendenzialmente passivizzanti e cronicizzanti.

In tutti questi casi servirebbe una presa in carico multidisciplinare, in cui gli operatori sociali siano affiancati da altri operatori specializzati negli inserimenti lavorativi. Proprio quello che propone il SIA.

Servirebbe una progettazione degli interventi a livello di Ambito, che permetta di superare i limiti delle strutture organizzative dei piccoli comuni. Proprio quello che propone il SIA.

Il SIA come panacea? Purtroppo no. Le premesse ci sono tutte, ma resta da costruire la rete dei servizi. noun_76079_ccPerché se parliamo di operatori e servizi specializzati negli inserimenti lavorativi, avendo in mente che i soggetti da inserire sono quelli citati sopra, non si può pensare ai Centri per l’Impiego, a maggior ragione in questa fase di dismissione delle Provincie.
Possiamo invece pensare ai servizi territoriali per gli inserimenti lavorativi (SIL) delle persone disabili, sapendo però che la loro qualità ed efficacia varia sensibilmente da un Ambito all’altro.

noun_28837_ccE allora il SIA può essere l’occasione per metter finalmente mano ai SIL che non funzionano, esplorando nuove partnership con i soggetti più innovativi del terzo settore e aprendosi alla possibilità di coinvolgere altri soggetti “non convenzionali”: cooperative sociali, centri di formazione professionale, sindacati, associazioni di categoria, fondazioni bancarie, aziende, stakeholder locali, ecc.

Il SIA può essere anche l’occasione per creare percorsi di inclusione per chi non ha ancora o non ha più competenze spendibili nel mercato del lavoro. noun_754561_ccIn provincia di Bergamo si utilizzano da anni i Progetti Riabilitativi Risocializzanti, con cui si inseriscono le persone svantaggiate presso alcune realtà del territorio per consentir loro di mantenere uno spazio di socialità e un ruolo extra familiare. L’equipe multiprofessionale prevista dal SIA potrebbe farsi carico anche di queste progettualità, dato che disporrebbe delle competenze necessarie (conoscere bene del territorio, creare parnership, costruire progetti sociali che si avvalgano del monitoraggio di personale educativo professionale…).

Per concludere, possiamo dire che i servizi che funzionano ci sono e gli strumenti per lavorare bene anche. Occorre però garantire la loro diffusione su tutto il territorio nazionale, per assicurare ai cittadini che chiedono il SIA delle prese in carico realmente efficaci e non solo pro forma.

noun_643833_ccIl SIA ci chiede di attivare un sistema coordinato di interventi e servizi sociali con caratteristiche ben precise: è fondamentale che il sistema dei servizi sociali sia pronto per fornire risposte adeguate, altrimenti ci troveremo a dare le risposte di sempre ma con un’altra etichetta.

L’Alleanza contro la povertà lo scrive chiaramente: “i servizi locali non sono stati dotati né dell’ulteriore personale necessario né delle competenze adatte alle nuove sfide” (“La povertà in Italia: il momento delle scelte”, p. 3). Credo però che il dibattito pubblico si stia concentrando sui messaggi più semplici e “notiziabili”: la misura deve essere per tutti, servono più risorse, ecc. In questo momento, più che lottare per ampliare la platea dei destinatari è prioritario assicurarsi che il sistema dei servizi si stia effettivamente attrezzando per far fronte a questo cambiamento.

Noi assistenti sociali siamo i terminali del welfare e “ci mettiamo la faccia” con i cittadini: saremo ben lieti di far fronte a molte più domande di quelle attuali, ma solo se saremo nella condizione di poter offrire risposte sufficientemente buone. Non sopporteremmo di proporre ai cittadini prese in carico fintamente diverse da quelle attuali.

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