Per un servizio sociale sovra-comunale

noun_381485_ccSono sempre più convinta che le dimensioni del Comune in cui si lavora influiscano molto sulla qualità del lavoro sociale e che quelli piccoli o medio-piccoli non abbiano la dimensione ottimale per un servizio sociale di qualità. Solitudine professionale, multi utenza, scarso numero di ore, inefficienze organizzative, sconfinamento sul piano amministrativo, stretto rapporto con i politici locali, budget minimi… questi sono alcuni nodi cruciali. Che potrebbero essere affrontati meglio con una gestione quantomeno sovra-comunale. Provo a spiegarmi meglio.

noun_734983_ccSolitudine professionale. L’assistente sociale che lavora in un piccolo Comune è – nella stragrande maggioranza dei casi – l’unico. Il che significa che non ha un collega con cui confrontarsi, con cui scambiare punti di vista e con cui provare a fare dei ragionamenti che vadano al di là dell’urgenza. Gli unici interlocutori sono gli altri impiegati comunali, che però hanno tutt’altre qualifiche ed esperienze professionali… il rischio è che il confronto  si appiattisca su considerazioni di senso comune.

Multi utenza. Se c’è un solo assistente sociale, questi si deve occupare di tutte le situazioni: dal bambino all’anziano, dalla persona con disabilità a quella in condizione di grave marginalità, dal disagio psichico alle dipendenze. Difficile essere competenti in ogni campo… ma più ancora gestire tutte queste situazioni senza un confronto professionale.

noun_212039_ccScarso numero di ore. So di colleghi che lavorano tre ore in un Comune, quattro nell’altro… Io stessa ho provato a lavorare per sole sette a settimana in un piccolo Comune. In pratica neanche il tempo di togliermi la giacca e accendere il  pc. Ma come si fa a conoscere un territorio in così poco tempo? e a fissare un appuntamento? Non dimentichiamoci poi ci sono alcune attività “incomprimibili”, cioè che devono essere svolte sempre, a prescindere dal numero di abitanti: partecipare ai tavoli tecnici presso l’Ufficio di piano, leggere la normativa, partecipare alla formazione obbligatoria… Ovviamente, queste attività incidono molto di più sulla gestione ordinaria se ho un monte ore settimanale risicato.

Inefficienze organizzative. Anche se tutti gli assistenti sociali comunali si occupano più o meno delle stesse cose, quando ciascuno resta all’interno del proprio ufficio va a finire che si costruisce un proprio modo di lavorare e un certo tipo di documentazione professionale. Lo stesso dicasi per i progetti e le buone prassi. Ma perché dover inventare tutti l’acqua calda, quando ci sono già esperienze consolidate?

Sconfinamento sul piano amministrativo. Più il Comune è piccolo e più tutti fanno tutto. Visto che l’assistente sociale non è più bello degli altri, anche a lui tocca maneggiar scartoffie e svolgere funzioni amministrative; peccato che non sia proprio il suo, e che ogni minuto impiegato a scriver determine è un minuto tolto al lavoro sul campo.

Stretto rapporto con i politici locali. Se le dimensioni del Comune sono ridotte è inevitabile conoscere di persona gli assessori e il Sindaco, e fin qui niente di male. Ma se la conoscenza diventa frequentazione assidua, è probabile il rischio di un condizionamento, anche involontario. Il politico sta sul territorio e conosce le persone; spesso ci tiene a far sapere il suo punto di vista sulle situazioni. Non arriviamo a dire che vuole “dirigere” la valutazione del servizio sociale per far o meno ottenere certi vantaggi a singole persone o gruppi sociali, però il rischio che influenzi l’operato dell’assistente sociale c’è (anche adottando prassi corrette).

noun_425840_ccBudget minimo. Nei “comunelli” i bilanci sono a pochi zeri e i fondi a disposizione per il sociale di solito non abbondano (anche perchè non ci sono livelli essenziali da garantire). Ma soprattutto si fa più fatica a trovare le risorse per interventi straordinari: bastano due persone in più in casa di riposo o tre minori da inserire in comunità per far saltare i conti. In questo contesto è difficile trovare soldi per interventi preventivi o per azioni più ampie di promozione dell’agio.

Tutto ciò si traduce in una grande fatica professionale e, alla lunga, in disaffezione e burn-out (ne ho parlato anche qua). Ma forse possiamo provare a pensare a delle alternative, prima di finire abbruttiti dentro i nostri uffici.

Un altro mondo è possibile?

Sono sempre più convinta della necessità di uscire dai ristretti confini comunali per andare su dimensioni territoriali più ampie, se non di ambito perlomeno di sotto-ambito.

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Questo permetterebbe di:

  • avere colleghi assistenti sociali con cui fare equipe periodiche. Inoltre, disponendo di una certa massa critica è possibile organizzare incontri di supervisione per il gruppo degli assistenti sociali
  • se non proprio dividersi i casi per area, quantomeno specializzarsi su alcuni temi (es.  disabilità, marginalità) e fornire consulenza ai colleghi. Inoltre, alcuni temi specifici (es. aiutare le famiglie a presentare ricorso per amministratore di sostegno) porrebbero essere gestiti da un solo operatore
  • avere un monte ore significativo, all’interno del quale gestire la casistica di più Comuni (quindi il “peso” di alcune attività, come la formazione, viene ripartito su più Comuni)
  • poter fare economia di scala, cioè mettere a punto una documentazione professionale e delle procedure da utilizzare tra più colleghi. Analogamente, possono essere diffuse le buone prassi in uso e i progetti che hanno funzionato già in un certo territorio. Anche i rapporti con gli attori del territorio (es. l’istituto comprensivo) sono più semplici se li presidia un unico soggetto sovracomunale
  • avere le risorse per un impiegato da dedicare al lavoro amministrativo. E, per quanto riguarda il lavoro burocratico di competenza dell’assistente sociale (es. rendicontazioni, questionari vari), significa ottimizzare (un conto è avere un assistente sociale che risponde a un questionario ISTAT per tre Comuni, un altro è rispondere a tre questionari per un Comune)
  • avere una maggiore distanza dal livello politico, così da evitare influenze o ingerenze
  • avere una maggiore disponibilità di budget e potersi permettere anche alcuni investimenti in attività di prevenzione e promozione del benessere

Inoltre, verrebbero erogati servizi secondo uno standard condiviso, andando verso il superamento di quel welfare “a macchia di leopardo” che caratterizza l’attuale panorama italiano.

Sappiamo bene che non sono possibili processi di integrazione “tutto e subito”. D’altra parte, ci sono diverse esperienze in atto: alcuni territori hanno una gestione consorziata di tutti i servizi, altri hanno in comune solo alcune funzioni, altri ancora che si limitano a momenti di equipe sovracomunale…  Il percorso verso una maggiore condivisione può essere graduale, e soprattutto deve essere ben argomentato al livello politico, perché ne colga i vantaggi e rinunci al “controllo” diretto del proprio orticello.

Però mi sembra una buona strada da percorrere per provare ad elevare il livello dei servizi che vogliamo fornire ai nostri cittadini.

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